Il lavoro su di sé: perché è importante e come iniziare
Molto spesso mi viene posta questa domanda: “Cosa vuol dire lavorare su di sé? Cosa bisogna fare e qual è il senso?”
Prima di rispondere a queste domande è importante fare una premessa.
La nostra vita è regolata dalla legge di causa-effetto. Ogni cosa che accade è originata da una causa. Ogni nostra azione produce un effetto di cui faremo esperienza nella nostra vita. A volte può accadere immediatamente, altre volte dopo poco tempo, in altri casi ci vogliono anni ma, indipendentemente dal tempo, il fatto che esperiremo l’effetto delle nostre azioni è indubbio.
Per questo motivo, siamo il prodotto del nostro passato, nel senso che le esperienze che viviamo nel presente sono la conseguenza di una causa originata nel passato.
Va da sé che, comprendere cosa muove ogni nostra azione, significa poter creare consapevolmente il proprio “destino” e riacquistare la responsabilità della propria vita.
Ma cosa significa esattamente comprendere cosa muove ogni nostra azione?
Crediamo di essere liberi in relazione alle scelte che facciamo, crediamo di compiere azioni consapevoli nella nostra vita. Ma le cose non stanno proprio così.
Nella maggior parte dei casi le nostre azioni sono reazioni a qualcosa che accade. Nel senso che reagiamo mossi dal sentimento o dall’emozione che quel dato evento scatena, nel bene o nel male, dentro di noi.
La cosa si complica un po’ perché i nostri pensieri e le nostre emozioni a riguardo, hanno origine in quello spazio “ombra” (per usare la terminologia di Jung) che viene chiamato subconscio.
Secondo i neuroscienziati cognitivi, la mente autocosciente contribuisce solamente per circa il 5% delle nostre attività cognitive, mentre il 95% dei nostri comportamenti, emozioni e scelte proviene dalla mente subconscia.
Il subconscio è la sede delle nostre memorie, delle cariche emotive, dei nostri impulsi, delle nostre credenze e condizionamenti limitanti.
L’inconscio non usa la ragione, non può scegliere cosa imparare e cosa scartare, cosa è utile per noi e cosa non lo è. L’inconscio memorizza programmi e credenze limitanti, paure, pregiudizi, modi di fare e di pensare, ricevuti durante l’educazione infantile e dall’ambiente circostante.
Per identificare e riconoscere i nostri condizionamenti inconsci, ci serve per prima cosa la consapevolezza: ossia la capacità di accorgerci della presenza di questi condizionamenti inconsci.
Se il 95% delle nostre azioni sono re-azioni dettate dalla mente inconscia, ne consegue che, fare un lavoro su di sé, inteso come un lavoro di auto-osservazione e di esplorazione ( e successivamente di integrazione), ti consente di conoscerti davvero, di comprendere meglio la realtà in cui vivi, perché essa è un semplice riflesso dei tuoi meccanismi inconsci.
E qui si apre un altro tema importante. Quello della co-creazione della tua realtà, inteso come l’impatto che inconsapevolmente noi tutti abbiamo sugli eventi che ci accadono.
Sì perché tutto il materiale inconscio di cui ho appena parlato, contribuisce a influenzare la realtà “materiale”.
Come influenziamo la nostra realtà
Le recenti scoperte della fisica quantistica hanno dimostrato che l’essere umano influenza la realtà attraverso il suo ruolo di osservatore attivo ( vedi “collasso della funziona d’onda” o “effetto dell’osservatore”).
Oggi la scienza ci dice anche che tutto è informazione ed energia. Energia e Materia possono essere considerate un’unica entità dall’aspetto duale. Tutto, anche ciò che sembra inanimato, in realtà vibra a una determinata frequenza. Così anche i nostri pensieri e le nostre emozioni sono forme di energia (e in quanto energia vibrano anch’essi a una determinata frequenza) che interagiscono con un campo nel quale tutto è interconnesso.
Fin dai primi esperimenti, gli scienziati si sono trovati a dover constatare che l’universo è interattivo; significa che esiste un collegamento tra come vediamo le cose e come esse reagiscono alla nostra osservazione. Il modo in cui osserviamo il mondo è ciò che ritorna alla nostra vista. Viviamo nel mondo che pensiamo.
“Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia”, diceva Giordano Bruno.
Ne parlerò ampiamente nei prossimi articoli qui sul blog, ma per ora è sufficiente che ti focalizzi sul fatto che esiste un enorme collegamento tra l’osservatore e la materia (e ciò che rappresenta): ciò che pensiamo di essa, le dà forma.
Ma siamo consapevoli dei nostri pensieri e delle emozioni correlate ai nostri pensieri? Abbiamo il controllo su di essi?
Una ricerca evidenzia che la nostra mente viene attraversata mediamente da circa 60.000 pensieri al giorno.
Qual è la qualità dei nostri pensieri?
Molti dei nostri pensieri sono inconsci e sono alimentati da programmi automatici che noi non riusciamo a gestire consapevolmente. Questi programmi sono il frutto di condizionamenti, traumi, schemi e convinzioni che ci portiamo dietro da anni.
Per questo è importante e fondamentale fare un lavoro di esplorazione, di indagine e di scoperta di sé.
Se le cose al lavoro spesso non vanno bene (un capo vessante, rapporti difficili con i colleghi ecc.), se ciclicamente si ripetono le stesse dinamiche con un partner ecc., non le risolverai cambiando lavoro o cambiando partner. Certo, ha senso cambiare una realtà che non ci piace e non ci fa stare bene, ma questo non risolve il problema all’origine soprattutto se, nonostante i cambiamenti, continui a sperimentare situazioni con tematiche simili tra loro.
Lavorare su di sé ci permette di entrare nell’esplorazione e nell’esperienza diretta di come noi creiamo la nostra realtà. È fondamentale conoscere l’intenzionalità profonda attraverso cui abitiamo ciò che facciamo, ciò che pensiamo e ciò che sentiamo.
Come iniziare un lavoro su di sé?
Un modo per cominciare un lavoro su di sé, è quello di sviluppare il Testimone, colui che osserva.
Immagina di prendere una piccola telecamera e di posizionarla davanti, con l’obiettivo rivolto verso di te.
Comincia con l’osservare, senza giudizio alcuno (il Testimone osserva senza entrare nel merito; è uno spettatore imparziale, non ha pareri, non si schiera, non reagisce) i tuoi pensieri, le tue emozioni e le tue sensazioni nel corpo, la tua gestualità.
Tieni accesa la telecamera il più possibile, è di fatto un allenamento. All’inizio sarà accesa solo per poco ma, con il passare del tempo, ti abituerai a farla essere parte della tua quotidianità. Dovrai impegnarti ovviamente.
Anche osservare senza giudizio all’inizio sembrerà un’impresa impossibile. L’attitudine a giudicare, a catalogare ogni cosa come buono o cattivo, giusto o sbagliato e la tendenza ad avere un dialogo interno de-potenziante, renderanno la pratica dell’osservazione equanime alquanto fallimentare.
Tuttavia, anche in questo caso ha senso non giudicarsi e comprendere che, modificare un’abitudine richiede tempo e, per l’appunto, osservazione e pratica.
L’osservazione, dunque, ti consente di prendere coscienza della qualità dei tuoi pensieri e delle emozioni correlate, e delle sensazioni/reazioni del tuo corpo.
L’obiettivo iniziale è semplicemente quello di imparare a essere presente a te stesso.
La pratica costante crea una naturale posizione interna di distacco e controllo, che non reprime, ma che permette alla realtà di manifestarsi senza i vincoli dettati dalla personalità (l’apparenza) e della mente (le proiezioni).
Quando sentirai di aver preso dimestichezza con il Testimone, prova a chiederti durante l’osservazione:
cosa c’è dietro questo pensiero?
cos’è questa sensazione che sento nel corpo? Da dove viene? Cosa mi vuole dire?
perché mi è accaduta questa situazione?
quale parte di me ha causato questo dolore? Cosa devo vedere di me?
qual è il significato di ciò che sto vivendo?
E ascoltati. Semplicemente ascoltati nel qui e ora.
Questo il primo passo. Nei prossimi articoli tornerò sull’argomento suggerendo altre modalità per sviluppare la capacità di osservazione di sé.
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